Dal racconto mezz’ora (raccolta 19 carezze)

 

Oggi è proprio primavera e dalla finestra, adesso, mi godo le nuvole e ci faccio quello che voglio. Le prendo e le giro. Le apro. Le strizzo. Le deformo e le mordo.

Con le dita come pennarelli e matite ridisegno tutto quello che c’è fuori e ci metto anche il suo viso lì in mezzo, con un po’ di petali che scendono e un goccio di vento in più perché oggi c’è poco vento ma a me piace quando è forte. Mi fa ridere il vento.

Guardo le nuvole che coprono e scoprono il cielo e improvvisamente il vento si alza e fischia. S’impenna. Scalcia. Io sorrido. Tutto un vorticare di foglie, petali, raggi, il sole diventa spirale e splende più di se stesso, adesso. Il tetto della classe si strappa come una foglia strappata dal vento e l’aria entra senza chiedere niente. I miei compagni ridono e guardano il tetto volare verso un punto impreciso, verso l’orizzonte lungo e piatto che inghiotte la vista e la luce.

Si alzano i fogli e si compongono aeroplani. Qualcuno li fabbrica e li lancia. Qualche foglio si piega da solo e si lascia prendere dal vento e trasportare chissà dove.

Tutto è gioco.

Cade la parete. Nel vuoto. Perché noi siamo in alto e ci stiamo lasciando andare. Siamo palloncini in carne e ossa, qualcuno si stacca da terra e si prende per mano e comincia a mulinare insieme alle foglie, ai petali e al sole.

Girotondo.

Le nuvole corrono forsennate da tutte le parti e hanno tutte le forme di animali e tutti ridono. Cade un’altra parete e poi un’altra ancora. Senza rumore. Volano via. Chissà dove. Tutto è pieno di vuoto e l’aria non pesa. Le gomme, distrattamente uscite dagli astucci, cancellano pezzi di cielo ma dagli squarci nasce altro blu ed escono altre nuvole come da un magico passaggio, una porta collegata alla fabbrica del mondo e dei colori.

     Ciao.

Il pittore alza il volto, lo sguardo e la mano. L’uomo non c’è più. Il paesaggio cambia, è cambiato, è lo stesso. Non Importa.
Il volto è lì.
La tela aspetta.
Lo sguardo cade come cadono le lacrime.
La tela stinge come stingono le immagini.
La tela ha diciannove carezze che misurano un amore immenso dentro diciannove anni e un giorno di fine.
La tela ha diciannove pennellate e un uomo di schiena.
Il colore cola.
Piano.
A terra.
Mentre l’uomo di schiena diventa un passato.
Mentre l’uomo di schiena diventa una macchia, sulla tela bagnata da diciannove lacrime.

dal racconto “Piccola Via” – Raccolta di racconti “19carezze”

“Dentro il negozio tutto è come prima; solo che adesso c’è una ragazza piena di fretta che aspetta, non sa neanche lei cosa, dentro ad un negozio di dischi, davanti al bancone di un uomo di cui ignora anche il nome.
– Mi chiamo Alceo.
Ora la ragazza aspetta non sa neanche lei cosa, dentro ad un negozio di dischi, davanti al bancone di un uomo di cui adesso sa almeno il nome.
– Io mi chiamo Alissa.
– Bene”.

Marco Sanna

Dal racconto “12anni” – Raccolta di racconti “19Carezze”

“Lì a cinque passi c’è l’ingresso.

Dietro, il posto di lavoro.

Così si chiama: posto di lavoro, luogo di lavoro. Ciao vado al lavoro. Ci vediamo dopo il lavoro. Quello è il mio datore di lavoro. Cosa fai oggi? Lavoro. Che lavoro fai? Dove lavori? Lavori?
C’è da chiederselo.
C’è da chiederselo?
Se c’è da chiederselo è probabile che ci siano anche cinque passi che sanciscono senza nessun diritto di replica che stai impedendo a te stesso di vivere”.

Marco Sanna

Racconto tratto dalla raccolta di racconti “Diciannove carezze”

Immenso Amore

Nella stanza è tutto talmente fermo che percepisco i movimenti di qualsiasi essere vivente di qualsiasi dimensione e peso.
Così penso che il silenzio sia popolato di piccole presenze con cui convivo docilmente nel buio. Senza fretta. Distesa e sospesa, sento la presenza di tanti piccoli occhietti chiusi che fanno piccoli sogni. Tante piccole zampette che si stiracchiano nelle mattine primaverili. Nella campagna bagnata di rugiade e velata di raggi scintillanti.
Nella stanza il silenzio è talmente spesso che pesa sul petto e sulle gambe ed io sento il torpore di tutta una notte aggrappato alle orecchie e alla pancia. Fatica a lasciare il mio corpo ma io lo trattengo con piacere. Lo lecco. Genera la piacevole sensazione di aver dormito e di essere ancora sveglia. Mi rassicura. Mi coccola e io divento una stella marina. Mi allargo e mi strizzo. Mi rigiro e mi scopro sempre uguale a prima e non è un dettaglio.
Sento il corpo spiegazzato riprendere le forme del giorno, pronto ad accogliere la verticalità e la pesantezza della gravità quotidiana. Mi stiro. Faccio versi che sembrano bestiali. Sbadiglio.
Gli occhi cominciano lentamente a inumidirsi e le palpebre cominciano docilmente a svelare il buio che senza fretta diventa meno buio, che pigramente diventa più luce.
Nella penombra il suo corpo sembra un bozzolo di stoffa, immobile come una salma. Aspetta che il giorno sveli un corpo vivo e nudo, coperto solo da quei buffi calzoncini blu. Lentamente sollevo la testa e vedo il suo viso spuntare appena dal lenzuolo. Il lenzuolo respira. Io respiro. La stanza respira. La finestra risucchia il fiato e il vapore dei corpi per restituire odore di giorno e piante e fiori e terra appena bagnata.
Improvvisamente mi ricordo.
Oggi è Domenica e le promesse sono promesse.
Con quel viso sereno. Nella tranquillità della stanza. In quel momento. Con quell’odore. In quella primavera. Nella nostra intimità. Tutto sembra perfetto e quasi mi commuove la felicità che provo, quasi mi fa esplodere le vene quella folle gioia che sento salire fino alla testa.
Improvvisamente un’energia infinita mi costringe ad alzarmi di scatto per celebrare quel momento con un ultimo inchino prima di verificare l’effettivo risveglio di tutti e cinque i sensi più uno: l’amore infinito.
Tutto è come dovrebbe essere. Tutto è al posto giusto e sdraiato su quel letto c’è l’essere umano più importante della mia vita. Ed io lo guardo. E me lo gusto come un lecca lecca, come il più saporito dei cibi. E me lo sento mio, come nessun’altra cosa al mondo, come se il mio amore m’invadesse nel corpo e dentro gli occhi che vedono un’unica immagine. Il suo viso che mi guarda e le sue mani che mi accarezzano il corpo e i suoi occhi che guardano i miei occhi. Istanti così caldi da mettere sete e io sento la sete che mi secca la lingua e mi corrode il palato e voglio bere e sentire ancora il fresco che mi ristora.
Vado a bere. Scalza. Mi avvicino alla cucina. Dalla luce che inizia a entrare capisco che la primavera si è impegnata molto oggi.
Bevo.
Mi stiro ancora e comincio a sentire i muscoli, la vista si abitua alla luce e il corpo si prepara a ricevere il sole. L’aria tiepida che entra sottile dallo spiffero sotto la finestra mi accarezza il corpo, poi si ferma e ci guarda.
Sento appena il rumore delle federe e del lenzuolo che increspano il silenzio e mi arrivano come onde di un lago e s’infrangono contro le pareti di pietra e cemento.
Andrea si sta alzando.
Ritorno lievemente in camera e scorgo i movimenti di un corpo morbido sepolto sotto il torpore elastico e strascicato della notte sfumata in giorno, appena qualche istante fa. Appena un minuto fa.
Adesso.
Vedo ancora la scia buia fondersi con la luce che scivola sotto la porta chiusa sulla campagna tranquilla e fiorita.
Immagino quel prato e vedo quei monti e sento ancora la fiducia della prima volta e la prima carezza e ancora rivedo le sue mani e il suo viso sprofondato nella mia pelle a fondersi dentro la mia anima passando per la mia carne tenera e giovane.
Risento la stanchezza della mia solitudine lasciare la speranza a mani esperte e coraggiose e sento che il mio cuore è in quel prato e rotola giù insieme a noi, tra l’erba e le siepi di lavanda, a ricordare sempre di più il mio amore, fino a sprofondare a valle dentro la città che ci ospita nell’inverno e negli inverni si fa meno grigia perché ha occhi così belli che vedo ancora quel verde.
Sento la porta del bagno e tutti quei rumori familiari che mi fanno sempre sentire come se la casa mi abbracciasse tutti i giorni prima che lui esca, prima che lui ritorni. Sempre mi parla di noi e tutto ricorda noi.
Aspetto che sia pronto.
Le promesse sono promesse.
E oggi è domenica no?
Sì, è domenica e la domenica torniamo spesso in quel prato.
La doccia.
I vestiti.
Un saluto distratto.
Non reagisco ma non capisco bene quella freddezza. Ripenso ieri. Mi chiedo cosa posso avere fatto. Non trovo un motivo.
Non credo sia colpa mia.
Io sono già pronta e aspetto che anche lui lo sia.
Aspetto.
Lui passa e ripassa. Ripassa e passa. Non mi guarda se non di sfuggita. Vorrei chiedere perché ma non posso. Non riesco. Rimango immobile a pensare e quella primavera mi sembra già più autunno e meno campagna.
Resto a guardare il buio che cambia e diventa più luce e meno nero e più chiaro.
Andrea mette in bocca un dolce.
Beve un caffè.
Io non mangio nulla.
Non ho fame.
Beve un caffè. Nero. Senza zucchero. Con latte. Non mescola e sorseggia con calma.
Con un occhio mi sfiora e mi rimane come una cicatrice sulla pelle.
Certamente avrò fatto qualcosa che non andava fatto e certamente non lo capisco.
Lui si allontana un momento e ritorna con la giacca.
Mi dice di andare lì vicino a lui.
Mesta mi avvicino timidamente.
Lui si abbassa e aggancia il guinzaglio al mio collare.
Apre la porta.
Una luce abbagliante mi investe e mi scalda immediatamente. Usciamo dalla porta ma lui non è come sempre. Non parla.
Non mi guarda. Non mi accarezza. Non mi parla. Non mi sente. Non mi sgrida. Non mi tira.
Semplicemente cammina e io dietro. Semplicemente cammina e io dietro. Semplicemente cammina e io dietro.
Semplicemente, così.
Io dietro.
Prendiamo la macchina che ci porterà dove lui vuole andare. Prendiamo la macchina e io penso, salendo, di aver fatto qualcosa che non andava fatto.
Ma non ricordo cosa.
Non ricordo perché.
Mi siedo dietro.
Andrea accende la macchina.
Partiamo.
Io guardo la strada che scorre.
Dentro scorre il silenzio.
Il suo sguardo è perso oltre il parabrezza.
Il mio è perso in lui.
Io guardo la strada e penso a cosa possa avere fatto.
La strada non è la stessa.
Non lo è per nulla ma io non mi preoccupo e penso a cosa possa avere fatto.
Finalmente vedo il verde. Alberi. Campagna. Siepi. Erba.
La macchina frena. È uno spiazzetto con la ghiaia. Tutto intorno alberi.
Andrea scende.
Apre la portiera.
Io scendo.
Prende il guinzaglio.
Ci avviciniamo a un albero sottile.
Con fare sbrigativo lega il guinzaglio all’albero mentre si allontana.
Entra in macchina. Veloce. Sgomma e schizza ghiaia.
Il rumore piano piano diventa sempre più leggero fino a ritornare silenzio, un silenzio lancinante, avvolgente, freddo e sconsolante.
Se avessi lacrime le verserei tutte per creare laghi di fango profondi come tutto il mio dolore.

MUOIO!
SONO SENZA MONDO!
Rimango lì seduto disperato ad aspettare che ritorni, Intorno tutto è silenzio. Intanto penso colpevole: “prima o poi mi verrà in mente cosa ho fatto”.